Europa

Come ha recentemente ricordato un volume curato da Caterina Cittadino e Stefano Sepe (L’Europa in Comune, Editrice Apes, 2017), basato su una ricerca empirica che ha evidenziato opportunità e limiti nel rapporto tra città italiane e Unione Europea, la dimensione urbana è destinata a diventare l’elemento caratterizzante del paesaggio – fisico e sociale – del Vecchio continente: nel 2020 si prevede che l’80% della popolazione degli Stati membri risiederà in città, come già oggi avviene per la metà degli abitanti di tutto il pianeta. In realtà, una tendenza del genere non nasce oggi: dal secondo dopoguerra in poi il contesto urbano ha progressivamente assunto il ruolo di motore della crescita economica e dell’innovazione tecnologica. Progresso, velocità, servizi e scambi hanno caratterizzato l’evoluzione della vecchia urbs, con un ritmo impensabile rispetto a quanto accaduto ai precedenti insediamenti umani, tanto da porre all’osservatore qualche pertinente domanda: esiste una linea di continuità tra i villaggi africani e le metropoli contemporanee, tra i tolou dell’antica Cina – che l’Unesco ha posto sotto la propria tutela – e le luci di Las Vegas, tra l’ordine geometrico del Comune medievale italiano e il caotico agglomerato di Città del Messico?

“Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità: qui non si tratta di filantropia ma di diritto; e quindi ospitalità significa il diritto di uno straniero che arriva su un territorio di un altro stato di non essere da questo trattato ostilmente. Può essere allontanato, se ciò può farsi senza suo danno, ma, fino a che dal canto suo si comporta pacificamente, non si deve agire ostilmente contro di lui” I. Kant, La pace perpetua, 1795

La recente pubblicazione Per un nuovo inizio. Democrazia, economia e politica estera nell’Unione Europea ha contribuito a produrre un discreto dibattito, per larghi tratti sorprendente e inusuale per un lavoro su una tematica considerata – a torto – “fredda” e poco attraente, dal punto di vista mediatico. Siamo lieti che sia stato accolto lo spirito che innervava non solo Per un nuovo inizio, ma l’intero piano di ricerca dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”: cogliere nelle celebrazioni per i sessanta anni dei Trattati di Roma l’occasione per una riflessione serena e ponderata, che non rifiutasse di analizzare quelle criticità su cui da tempo i populismi di ogni sorta fanno strumentalmente leva per destrutturare il progetto europeista. Riprodurre, nel presente numero della Rivista di Studi Politici, alcuni passaggi significativi offerti proprio in Per un nuovo inizio risponde, quindi, a un duplice obiettivo: riproporre anche in questa sede, almeno parzialmente, un confronto arricchente e valorizzare i lavori ideati e promossi dall’Istituto.

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