amministrazione

Il terzo numero della Rivista di Studi Politici dedica il suo Focus al governo locale, mediante una prospettiva multidisciplinare e scientificamente pregevole: Stefano Sepe ed Ersilia Crobe delineano i profili storici del rapporto centro-periferia, nel contesto italiano, evidenziando i “vizi originali” di un percorso contraddittorio e incompleto, per il quale le responsabilità vanno allargate ad altri enti – si pensi alle Regioni – da sempre inopportunamente sottodimensionate. Governo locale significa anche, purtroppo, ingerenza del malaffare e inserimento degli interessi della criminalità organizzata: Antonio La Spina fornisce un quadro esaustivo dello strumento del voto di scambio, con il quale le organizzazioni criminali italiane hanno costruito solidi e duraturi rapporti con la classe politica locale. Va ribadita, però, una premessa importante: le mafie italiane mostrano una pericolosa duttilità nell’insinuarsi nei gangli delle amministrazioni, a volte esplicitando la propria volontà, in altri casi “scavando” nell’oscurità. Per questo motivo è importante indagare l’intervento della criminalità nella vita politica del Paese utilizzando anche un approccio grass-roots, come fa Diego Forestieri, analizzando il percorso di scioglimento dei comuni con infiltrazioni malavitose e puntando l’attenzione sulle rappresentazioni, presso la cittadinanza, del fenomeno mafioso. Ne scaturisce un quadro sicuramente preoccupante, nel quale il sentimento di disaffezione e sfiducia verso la politica alimenta un vuoto che le mafie sono leste a riempire, evidentemente non solo nell’ambito meridionale.

Il Focus del secondo numero della Rivista di Studi Politici dell’Istituto “S. Pio V” è dedicato alla “piccola Europa” di enti sovrani che, pur privi di roboanti eserciti e di ambiziose dirigenze politiche, alimentano le radici dell’europeismo, sia perché la loro “anzianità” affonda nella storia, sia perché sono permeati di valori coerenti con il sistema assiologico suggerito dai trattati continentali: solidarietà, cooperazione, carità e “resilienza” sono i tratti comuni dello Stato della Città del Vaticano, della Repubblica di San Marino e del Sovrano Militare Ordine di Malta. Roberto Regoli legge il conclave del 2005, che nominò al soglio pontificio Joseph Ratzinger, come esempio emblematico della politics vaticana, che vede nel conclave il momento culminante di un sistema di trattative e di alleanze, del tutto simile alla migliore dialettica della politica “secolarizzata”. Nel saggio di Giuliano Bianchi di Castelbianco troviamo un’attenta illustrazione della forma di Stato e di governo della Repubblica di San Marino, cioè di uno Stato territorialmente e demograficamente limitato, ma ben connotato in quanto a identità storico-culturale, quasi che ancora oggi i Sammarinesi sentissero l’eco di quel tagliapietre dalmata dell’isola di Arbe, di nome Marino, che si narra abbia fondato il piccolo Stato, nel lontano 301 d.C., per sfuggire alle persecuzioni dell’imperatore romano Diocleziano contro i cristiani. Il caso del Sovrano Militare Ordine di Malta, descritto da Eugenio Ajroldi di Robbiate, assume un’ulteriore particolarità, dal momento che non si tratta di un ente territoriale: la perdita delle isole di Malta e di Rodi, lungi dall’essere un vulnus, suggerì all’Ordine dei cavalieri di San Giovanni una vera e propria rifondazione interna. Sganciato dagli obblighi temporali e dagli impegni militari, l’Ordine valorizzò la sua originaria missione di servizio in favore dei malati e degli indigenti. Novecento anni dopo la sua fondazione, ancora oggi i Cavalieri di Malta si schierano al fianco di chi soffre, in un’epoca in cui guerre asimmetriche, persecuzioni religiose e crisi economiche allargano la forbice tra i ricchi e i poveri, tra i privilegiati e i reietti.

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