L’interesse del nostro Istituto per il Latino America affonda le sue radici nelle ricerche degli ultimi anni, si è poi concretizzato nel convegno internazionale del gennaio 2017 sull’evoluzione della presenza della Chiesa nel subcontinente latinoamericano (“Da Puebla ad Aparecida”, di cui presto saranno a disposizione gli Atti), e trova una ulteriore e aggiornata testimonianza nel Focus del presente numero della Rivista di Studi Politici, nel quale il Latino America viene analizzato attraverso la lente del concetto di ‘resilienza’ che, mutuato dalle cosiddette “scienze esatte” (né si tratta del primo caso: si pensi ai lemmi ‘rivoluzione’ e ‘resistenza’), indica la capacità adattiva delle comunità umane di fronte alle sfide della globalizzazione e dei suoi “costi sociali”, spesso affrontati senza il conforto dello Stato e del suo welfare. È il caso anche del Latino America, dove la “solitudine” dell’indigeno, dell’abitante delle favelas, della madre di famiglia sola, del menino de rua provoca storie di disperazione ma, in un numero sempre crescente di casi, anche legami di solidarietà e percorsi cooperativi, autogestiti, orgogliosamente “cocciuti”, appunto resilienti. Perché la Vita non si rassegna e cerca pervicacemente tunnel e cunicoli carsici per riemergere, nonostante tutto. Ci riuscirà, anche nei contesti più tumultuosi e violenti delle società latinoamericane? È la nostra speranza, nella ferma convinzione – condivisa con gli Autori del Focus di questo numero – che solo la collaborazione tra istituzioni e cittadinanza potrà permettere il riscatto di chi è in difficoltà e la valorizzazione delle pratiche di resilienza, tanto urbana quanto indigena.

Il Focus del terzo numero della «Rivista di Studi Politici» è affidato alla scottante tematica della comunicazione politica, alternando – come nostro costume redazionale – contributi teorici ad altri empirici, riferiti a casi studio che hanno recentemente infiammato l’opinione pubblica. Ernesto Preziosi offre al lettore un’interessante e originale prospettiva in base alla quale la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi è considerata solamente un epifenomeno – e non la principale causa – della personalizzazione della politica che affligge il nostro Paese da diversi decenni. La disaffezione che i cittadini italiani mostrano di avere, almeno “carsicamente”, nei confronti del sistema politico è oggetto anche dell’analisi di Stefano Sepe, sullo sfondo della cosiddetta “democrazia del leader” e dell’ossessiva – da parte di questi – ricerca di consenso, spesso mediante strumenti comunicativi deputati a ciò, ma totalmente sganciati da una progettualità politica. Si prenda il caso statunitense, oggi sulla cresta dell’onda. Il punto, a nostro avviso, non consiste nello stabilire le vere o solo presunte ingerenze russe nelle elezioni Usa, quanto nell’approfondire la strategia comunicativa di Donald Trump, risultata decisiva per la vittoria elettorale di un candidato addirittura inviso a buona parte del suo stesso partito. Il contributo di Eugenio Camodeo, come pure quello di Paolo De Nardis e Luca Alteri, sottolinea come un sapiente utilizzo dei vecchi e dei nuovi media abbia caratterizzato la chiave di volta non solo per il sorprendente trionfo di colui che Giuliano Ferrara definisce “l’Impostore arancione”, ma anche per la precedente – duplice e non meno inattesa – vittoria di Obama: entrambi hanno saputo trovare il giusto bilanciamento tra le istanze di cambiamento espresse da una fetta consistente dell’elettorato e la canalizzazione di tale malcontento in favore di un candidato outsider. Alla vigilia di una campagna elettorale che si annuncia, per il nostro Paese, lunga e “tempestosa”, la questione della legge elettorale continua a essere il perno delle reciproche invettive tra gli opposti schieramenti. “È così in ogni Paese”, si è tentati di affermare, ma altrove – dobbiamo ammetterlo – si vola più in alto e la dialettica politica quotidiana consente riflessioni generalizzabili e non prive di un respiro teorico. Ne costituisce un esempio il contributo di Giuliano Bianchi di Castelbianco, il quale – partendo dalle elezioni politiche e dal sistema elettorale nella Repubblica di San Marino – propone al lettore un più ampio ragionamento sulla applicabilità pratica dei modelli politologici e, in generale, delle teorizzazioni proprie delle scienze sociali.

Come ha recentemente ricordato un volume curato da Caterina Cittadino e Stefano Sepe (L’Europa in Comune, Editrice Apes, 2017), basato su una ricerca empirica che ha evidenziato opportunità e limiti nel rapporto tra città italiane e Unione Europea, la dimensione urbana è destinata a diventare l’elemento caratterizzante del paesaggio – fisico e sociale – del Vecchio continente: nel 2020 si prevede che l’80% della popolazione degli Stati membri risiederà in città, come già oggi avviene per la metà degli abitanti di tutto il pianeta. In realtà, una tendenza del genere non nasce oggi: dal secondo dopoguerra in poi il contesto urbano ha progressivamente assunto il ruolo di motore della crescita economica e dell’innovazione tecnologica. Progresso, velocità, servizi e scambi hanno caratterizzato l’evoluzione della vecchia urbs, con un ritmo impensabile rispetto a quanto accaduto ai precedenti insediamenti umani, tanto da porre all’osservatore qualche pertinente domanda: esiste una linea di continuità tra i villaggi africani e le metropoli contemporanee, tra i tolou dell’antica Cina – che l’Unesco ha posto sotto la propria tutela – e le luci di Las Vegas, tra l’ordine geometrico del Comune medievale italiano e il caotico agglomerato di Città del Messico?

La recente pubblicazione Per un nuovo inizio. Democrazia, economia e politica estera nell’Unione Europea ha contribuito a produrre un discreto dibattito, per larghi tratti sorprendente e inusuale per un lavoro su una tematica considerata – a torto – “fredda” e poco attraente, dal punto di vista mediatico. Siamo lieti che sia stato accolto lo spirito che innervava non solo Per un nuovo inizio, ma l’intero piano di ricerca dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”: cogliere nelle celebrazioni per i sessanta anni dei Trattati di Roma l’occasione per una riflessione serena e ponderata, che non rifiutasse di analizzare quelle criticità su cui da tempo i populismi di ogni sorta fanno strumentalmente leva per destrutturare il progetto europeista. Riprodurre, nel presente numero della Rivista di Studi Politici, alcuni passaggi significativi offerti proprio in Per un nuovo inizio risponde, quindi, a un duplice obiettivo: riproporre anche in questa sede, almeno parzialmente, un confronto arricchente e valorizzare i lavori ideati e promossi dall’Istituto.

L’argomento trattato nel Focus del numero 4-2016 della Rivista di Studi Politici conosce ai giorni nostri una rinnovata attenzione scientifica, a fronte di decenni di colpevole sottovalutazione: la condizione giovanile è oggi considerata un indicatore del grado di sviluppo della società e del livello di consapevolezza dei suoi membri, oltre che una seria ipoteca sulla traiettoria futura delle relazioni sociali al suo interno. Nel giovane non c’è solo il cittadino di domani, ma c’è anche l’individuo di oggi, un soggetto “debole” che necessita di supporto dalla propria famiglia e dallo Stato. Studiare la condizione giovanile, di conseguenza, significa da un lato approfondire tangenzialmente una riflessione sulle nuove e sulle vecchie tipologie familiari, sulla dimensione affettiva e sulle relazioni all’interno dei gruppi primari, dall’altro valutare concretamente le conseguenze della riduzione del welfare, del taglio dei servizi – scuola, sanità, cultura – dell’indebolimento delle basi valoriali su cui si basa una società, in una sorta di semplicistico “omaggio” al relativismo di turno. Osservare negli occhi i giovani, infine, vuol dire anche ottenere una prospettiva privilegiata sull’Europa che si appresta a festeggiare i sessanta anni dei Trattati costitutivi e vive, allo stato attuale, una transizione a dir poco complicata. Il combinato disposto tra il Focus del presente numero della Rivista, le pubblicazioni di carattere multidisciplinare che l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” ha già iniziato a diffondere e un articolato piano di ricerca empirica presso alcune tra le maggiori università italiane fornirà, nel nostro augurio, un quadro non banale sul “pianeta giovani”, in un’ottica comparativa e aperta a prospettive plurali.

Il terzo numero della Rivista di Studi Politici dedica il suo Focus al governo locale, mediante una prospettiva multidisciplinare e scientificamente pregevole: Stefano Sepe ed Ersilia Crobe delineano i profili storici del rapporto centro-periferia, nel contesto italiano, evidenziando i “vizi originali” di un percorso contraddittorio e incompleto, per il quale le responsabilità vanno allargate ad altri enti – si pensi alle Regioni – da sempre inopportunamente sottodimensionate. Governo locale significa anche, purtroppo, ingerenza del malaffare e inserimento degli interessi della criminalità organizzata: Antonio La Spina fornisce un quadro esaustivo dello strumento del voto di scambio, con il quale le organizzazioni criminali italiane hanno costruito solidi e duraturi rapporti con la classe politica locale. Va ribadita, però, una premessa importante: le mafie italiane mostrano una pericolosa duttilità nell’insinuarsi nei gangli delle amministrazioni, a volte esplicitando la propria volontà, in altri casi “scavando” nell’oscurità. Per questo motivo è importante indagare l’intervento della criminalità nella vita politica del Paese utilizzando anche un approccio grass-roots, come fa Diego Forestieri, analizzando il percorso di scioglimento dei comuni con infiltrazioni malavitose e puntando l’attenzione sulle rappresentazioni, presso la cittadinanza, del fenomeno mafioso. Ne scaturisce un quadro sicuramente preoccupante, nel quale il sentimento di disaffezione e sfiducia verso la politica alimenta un vuoto che le mafie sono leste a riempire, evidentemente non solo nell’ambito meridionale.

La strage di Nizza, i venti di guerra civile in Turchia, fino alle continue tensioni negli Stati Uniti, il massacro nella redazione di Charlie Hebdo, la spiaggia tunisina, l’aeroporto di Bruxelles, il Bataclan, poi gli eccidi di Baghdad e di Dacca: tanti grani di un rosario e tante spine di una corona. Oggi più che mai è il tempo dell’analisi razionale e dell’approccio scientifico sul terrore e sulla violenza politica: la condanna morale non basta, è necessario capire le variabili dei progetti di morte che si diffondono su scala mondiale, quasi come ennesimo indotto della globalizzazione delle relazioni e dei contatti tra esseri umani. La «Rivista di Studi Politici» muove la sua riflessione dalla parte idealmente opposta: il linguaggio della pace e della carità, che trova un megafono in papa Francesco. E non potrebbe essere altrimenti, per un pontefice che ha deciso da subito di “rinnovare nella continuità”, tenendo insieme le diverse sensibilità della Chiesa e volgendole verso una unità di intenti.
Con questo numero la «Rivista di Studi Politici» presenta ai suoi lettori e all’intera comunità scientifica una nuova veste grafica: si tratta di un restyling – come si usa dire – che lavora però in linea di continuità con il passato, senza stravolgimenti o ripensamenti, ma perseguendo semplicemente l’obiettivo di avvicinarsi ai canoni estetici dell’editoria scientifica, sempre in mutamento. L’ultima importante rivisitazione grafica della «Rivista di Studi Politici», fondata dall’indimenticato Francesco Leoni e vetusta ormai di gloria, si ebbe nel 2006, giusto dieci anni fa, in corrispondenza del cambio nella direzione della Rivista e nella presidenza dell’Istituto. Già all’epoca, l’analisi della Rivista delle dinamiche socio-politiche volgeva all’obiettivo di rafforzare e possibilmente moltiplicare le società aperte e le “democrazie mature”. Dopo dieci anni quell’obiettivo è ancora ben presente. Scrivemmo: “Dalla politica all’economia, dalla storia alle scienze sociali, l’ambizione è far diventare questa rivista laboratorio di idee, momento di confronto, palestra di dibattito, che possa favorire – con il rigore degli studi e degli strumenti della ricerca – la lettura e la comprensione della contemporaneità in tutte le sue manifestazioni”. Sottoscriviamo ancora oggi la suddetta affermazione e la supportiamo con un’offerta culturale che coinvolge sia docenti esperti – veri punti di riferimento nelle rispettive discipline – sia giovani studiosi ancora in formazione, ma già ben strutturati nella metodologia di lavoro. Soprattutto, proponiamo attraverso la Rivista i prodotti scientifici dell’Istituto, nelle sue principali linee di ricerca, nella ferma convinzione che la massima diffusione di quanto esperito nei nostri studi sia di ausilio all’intera comunità scientifica. Per questo motivo, il Focus del presente numero riprende alcune riflessioni presenti nell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, fortunata pubblicazione dell’Istituto giunta alla terza edizione e curata da Francesco Anghelone e Andrea Ungari. Tunisia, Libia ed Egitto sono analizzati nella loro evoluzione storica: si tratta, evidentemente, di tre paesi non scelti a caso, ma emblematici del contesto maghrebino. Dalla Tunisia, ormai cinque anni fa, partì quella “Primavera araba” che infiammò i nostri cuori, in una speranza – poi tradita – di diffusione dei valori di libertà e democrazia; la Libia e l’Egitto rappresentano, invece, due risposte opposte della medesima crisi politica, originata dalla fatale caduta dei due regimi divenuti nel tempo vero satrapie. La Libia è sprofondata in una continua guerra civile e tribale, che pone dubbi addirittura sull’esistenza di uno Stato; l’Egitto, al contrario, ha scelto la via autoritaria di al-Sisi, con il diritto di protesta barattato in cambio della stabilità politica. È inevitabile, in tal senso, dedicare un ricordo al nostro giovane connazionale, Giulio Regeni.

Negli ultimi tempi ogni elezione nazionale in un paese dell’UE viene letta come un plebiscito pro o contro il progetto europeista. La suddetta chiave di interpretazione è addirittura rafforzata quando la competizione elettorale si svolge all’interno di uno dei “PIIGS”, cioè degli Stati maggiormente in difficoltà nel rispettare i parametri europei. Il terzo numero della Rivista di Studi Politici, di conseguenza, non poteva esimersi dal commentare lo scenario politico della Spagna e del Portogallo, andati al voto nell’autunno-inverno 2015, in entrambi i casi dopo un periodo di forte mobilitazione sociale.

Il terzo numero della Rivista di Studi Politici ruota su due perni importanti: la straordinaria lezione di papa Francesco sulla questione ambientale e gli attuali sviluppi della dimensione europea, temi trattati esaustivamente nei contributi di Giuseppe Acocella, Francesco Miano e Fulvio Tessitore. Tra gli altri, il volume è impreziosito dal saggio del Presidente dell’Istituto “S. Pio V” Antonio Iodice L’Europa tra politica e società: i passi compiuti e quelli ancora da compiere.

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