La recente pubblicazione Per un nuovo inizio. Democrazia, economia e politica estera nell’Unione Europea ha contribuito a produrre un discreto dibattito, per larghi tratti sorprendente e inusuale per un lavoro su una tematica considerata – a torto – “fredda” e poco attraente, dal punto di vista mediatico. Siamo lieti che sia stato accolto lo spirito che innervava non solo Per un nuovo inizio, ma l’intero piano di ricerca dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”: cogliere nelle celebrazioni per i sessanta anni dei Trattati di Roma l’occasione per una riflessione serena e ponderata, che non rifiutasse di analizzare quelle criticità su cui da tempo i populismi di ogni sorta fanno strumentalmente leva per destrutturare il progetto europeista. Riprodurre, nel presente numero della Rivista di Studi Politici, alcuni passaggi significativi offerti proprio in Per un nuovo inizio risponde, quindi, a un duplice obiettivo: riproporre anche in questa sede, almeno parzialmente, un confronto arricchente e valorizzare i lavori ideati e promossi dall’Istituto.

L’argomento trattato nel Focus del numero 4-2016 della Rivista di Studi Politici conosce ai giorni nostri una rinnovata attenzione scientifica, a fronte di decenni di colpevole sottovalutazione: la condizione giovanile è oggi considerata un indicatore del grado di sviluppo della società e del livello di consapevolezza dei suoi membri, oltre che una seria ipoteca sulla traiettoria futura delle relazioni sociali al suo interno. Nel giovane non c’è solo il cittadino di domani, ma c’è anche l’individuo di oggi, un soggetto “debole” che necessita di supporto dalla propria famiglia e dallo Stato. Studiare la condizione giovanile, di conseguenza, significa da un lato approfondire tangenzialmente una riflessione sulle nuove e sulle vecchie tipologie familiari, sulla dimensione affettiva e sulle relazioni all’interno dei gruppi primari, dall’altro valutare concretamente le conseguenze della riduzione del welfare, del taglio dei servizi – scuola, sanità, cultura – dell’indebolimento delle basi valoriali su cui si basa una società, in una sorta di semplicistico “omaggio” al relativismo di turno. Osservare negli occhi i giovani, infine, vuol dire anche ottenere una prospettiva privilegiata sull’Europa che si appresta a festeggiare i sessanta anni dei Trattati costitutivi e vive, allo stato attuale, una transizione a dir poco complicata. Il combinato disposto tra il Focus del presente numero della Rivista, le pubblicazioni di carattere multidisciplinare che l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” ha già iniziato a diffondere e un articolato piano di ricerca empirica presso alcune tra le maggiori università italiane fornirà, nel nostro augurio, un quadro non banale sul “pianeta giovani”, in un’ottica comparativa e aperta a prospettive plurali.

Il terzo numero della Rivista di Studi Politici dedica il suo Focus al governo locale, mediante una prospettiva multidisciplinare e scientificamente pregevole: Stefano Sepe ed Ersilia Crobe delineano i profili storici del rapporto centro-periferia, nel contesto italiano, evidenziando i “vizi originali” di un percorso contraddittorio e incompleto, per il quale le responsabilità vanno allargate ad altri enti – si pensi alle Regioni – da sempre inopportunamente sottodimensionate. Governo locale significa anche, purtroppo, ingerenza del malaffare e inserimento degli interessi della criminalità organizzata: Antonio La Spina fornisce un quadro esaustivo dello strumento del voto di scambio, con il quale le organizzazioni criminali italiane hanno costruito solidi e duraturi rapporti con la classe politica locale. Va ribadita, però, una premessa importante: le mafie italiane mostrano una pericolosa duttilità nell’insinuarsi nei gangli delle amministrazioni, a volte esplicitando la propria volontà, in altri casi “scavando” nell’oscurità. Per questo motivo è importante indagare l’intervento della criminalità nella vita politica del Paese utilizzando anche un approccio grass-roots, come fa Diego Forestieri, analizzando il percorso di scioglimento dei comuni con infiltrazioni malavitose e puntando l’attenzione sulle rappresentazioni, presso la cittadinanza, del fenomeno mafioso. Ne scaturisce un quadro sicuramente preoccupante, nel quale il sentimento di disaffezione e sfiducia verso la politica alimenta un vuoto che le mafie sono leste a riempire, evidentemente non solo nell’ambito meridionale.

La strage di Nizza, i venti di guerra civile in Turchia, fino alle continue tensioni negli Stati Uniti, il massacro nella redazione di Charlie Hebdo, la spiaggia tunisina, l’aeroporto di Bruxelles, il Bataclan, poi gli eccidi di Baghdad e di Dacca: tanti grani di un rosario e tante spine di una corona. Oggi più che mai è il tempo dell’analisi razionale e dell’approccio scientifico sul terrore e sulla violenza politica: la condanna morale non basta, è necessario capire le variabili dei progetti di morte che si diffondono su scala mondiale, quasi come ennesimo indotto della globalizzazione delle relazioni e dei contatti tra esseri umani. La «Rivista di Studi Politici» muove la sua riflessione dalla parte idealmente opposta: il linguaggio della pace e della carità, che trova un megafono in papa Francesco. E non potrebbe essere altrimenti, per un pontefice che ha deciso da subito di “rinnovare nella continuità”, tenendo insieme le diverse sensibilità della Chiesa e volgendole verso una unità di intenti.
Con questo numero la «Rivista di Studi Politici» presenta ai suoi lettori e all’intera comunità scientifica una nuova veste grafica: si tratta di un restyling – come si usa dire – che lavora però in linea di continuità con il passato, senza stravolgimenti o ripensamenti, ma perseguendo semplicemente l’obiettivo di avvicinarsi ai canoni estetici dell’editoria scientifica, sempre in mutamento. L’ultima importante rivisitazione grafica della «Rivista di Studi Politici», fondata dall’indimenticato Francesco Leoni e vetusta ormai di gloria, si ebbe nel 2006, giusto dieci anni fa, in corrispondenza del cambio nella direzione della Rivista e nella presidenza dell’Istituto. Già all’epoca, l’analisi della Rivista delle dinamiche socio-politiche volgeva all’obiettivo di rafforzare e possibilmente moltiplicare le società aperte e le “democrazie mature”. Dopo dieci anni quell’obiettivo è ancora ben presente. Scrivemmo: “Dalla politica all’economia, dalla storia alle scienze sociali, l’ambizione è far diventare questa rivista laboratorio di idee, momento di confronto, palestra di dibattito, che possa favorire – con il rigore degli studi e degli strumenti della ricerca – la lettura e la comprensione della contemporaneità in tutte le sue manifestazioni”. Sottoscriviamo ancora oggi la suddetta affermazione e la supportiamo con un’offerta culturale che coinvolge sia docenti esperti – veri punti di riferimento nelle rispettive discipline – sia giovani studiosi ancora in formazione, ma già ben strutturati nella metodologia di lavoro. Soprattutto, proponiamo attraverso la Rivista i prodotti scientifici dell’Istituto, nelle sue principali linee di ricerca, nella ferma convinzione che la massima diffusione di quanto esperito nei nostri studi sia di ausilio all’intera comunità scientifica. Per questo motivo, il Focus del presente numero riprende alcune riflessioni presenti nell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, fortunata pubblicazione dell’Istituto giunta alla terza edizione e curata da Francesco Anghelone e Andrea Ungari. Tunisia, Libia ed Egitto sono analizzati nella loro evoluzione storica: si tratta, evidentemente, di tre paesi non scelti a caso, ma emblematici del contesto maghrebino. Dalla Tunisia, ormai cinque anni fa, partì quella “Primavera araba” che infiammò i nostri cuori, in una speranza – poi tradita – di diffusione dei valori di libertà e democrazia; la Libia e l’Egitto rappresentano, invece, due risposte opposte della medesima crisi politica, originata dalla fatale caduta dei due regimi divenuti nel tempo vero satrapie. La Libia è sprofondata in una continua guerra civile e tribale, che pone dubbi addirittura sull’esistenza di uno Stato; l’Egitto, al contrario, ha scelto la via autoritaria di al-Sisi, con il diritto di protesta barattato in cambio della stabilità politica. È inevitabile, in tal senso, dedicare un ricordo al nostro giovane connazionale, Giulio Regeni.

Negli ultimi tempi ogni elezione nazionale in un paese dell’UE viene letta come un plebiscito pro o contro il progetto europeista. La suddetta chiave di interpretazione è addirittura rafforzata quando la competizione elettorale si svolge all’interno di uno dei “PIIGS”, cioè degli Stati maggiormente in difficoltà nel rispettare i parametri europei. Il terzo numero della Rivista di Studi Politici, di conseguenza, non poteva esimersi dal commentare lo scenario politico della Spagna e del Portogallo, andati al voto nell’autunno-inverno 2015, in entrambi i casi dopo un periodo di forte mobilitazione sociale.

Il terzo numero della Rivista di Studi Politici ruota su due perni importanti: la straordinaria lezione di papa Francesco sulla questione ambientale e gli attuali sviluppi della dimensione europea, temi trattati esaustivamente nei contributi di Giuseppe Acocella, Francesco Miano e Fulvio Tessitore. Tra gli altri, il volume è impreziosito dal saggio del Presidente dell’Istituto “S. Pio V” Antonio Iodice L’Europa tra politica e società: i passi compiuti e quelli ancora da compiere.

Il Focus del secondo numero della Rivista di Studi Politici dell’Istituto “S. Pio V” è dedicato alla “piccola Europa” di enti sovrani che, pur privi di roboanti eserciti e di ambiziose dirigenze politiche, alimentano le radici dell’europeismo, sia perché la loro “anzianità” affonda nella storia, sia perché sono permeati di valori coerenti con il sistema assiologico suggerito dai trattati continentali: solidarietà, cooperazione, carità e “resilienza” sono i tratti comuni dello Stato della Città del Vaticano, della Repubblica di San Marino e del Sovrano Militare Ordine di Malta. Roberto Regoli legge il conclave del 2005, che nominò al soglio pontificio Joseph Ratzinger, come esempio emblematico della politics vaticana, che vede nel conclave il momento culminante di un sistema di trattative e di alleanze, del tutto simile alla migliore dialettica della politica “secolarizzata”. Nel saggio di Giuliano Bianchi di Castelbianco troviamo un’attenta illustrazione della forma di Stato e di governo della Repubblica di San Marino, cioè di uno Stato territorialmente e demograficamente limitato, ma ben connotato in quanto a identità storico-culturale, quasi che ancora oggi i Sammarinesi sentissero l’eco di quel tagliapietre dalmata dell’isola di Arbe, di nome Marino, che si narra abbia fondato il piccolo Stato, nel lontano 301 d.C., per sfuggire alle persecuzioni dell’imperatore romano Diocleziano contro i cristiani. Il caso del Sovrano Militare Ordine di Malta, descritto da Eugenio Ajroldi di Robbiate, assume un’ulteriore particolarità, dal momento che non si tratta di un ente territoriale: la perdita delle isole di Malta e di Rodi, lungi dall’essere un vulnus, suggerì all’Ordine dei cavalieri di San Giovanni una vera e propria rifondazione interna. Sganciato dagli obblighi temporali e dagli impegni militari, l’Ordine valorizzò la sua originaria missione di servizio in favore dei malati e degli indigenti. Novecento anni dopo la sua fondazione, ancora oggi i Cavalieri di Malta si schierano al fianco di chi soffre, in un’epoca in cui guerre asimmetriche, persecuzioni religiose e crisi economiche allargano la forbice tra i ricchi e i poveri, tra i privilegiati e i reietti.

Il Focus del primo numero della Rivista di Studi Politici 2015 ospita un dibattito sull’internazionalizzazione dell’università italiana, con un accento particolare sugli atenei privati, che nascono proprio con l’obiettivo di “svecchiare” il panorama accademico del Paese e di introdurre elementi di competitività con l’estero. L’occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2014-2015 dell’Università degli Studi Internazionali di Roma ha consentito una riflessione sullo stato di salute della formazione universitaria italiana e sul suo collegamento con il sistema economico. Antonio Iodice suggerisce come, contro la crisi economica che “morde gli Stati-nazione” dal 2008”, è dall’internazionalizzazione delle imprese italiane che si può ripartire. Egli individua nella “capacità di intessere legami internazionali” delle PMI la “virtù” che ha permesso loro di prosperare nel tempo. E da lì possiamo ripartire, “con la capacità di penetrare i mercati in crescita, di garantire possibilità occupazionali anche ai Paesi emergenti, ovviamente senza snaturare [l’]identità nazionale e locale.” In quest’ottica, fondamentale è “rafforzare il rapporto con il sistema universitario italiano e con i talenti che questo riesce a produrre.” Vincenzo Zeno-Zencovich traccia un quadro completo sul ruolo e la funzionalità degli atenei privati in Italia, auspicando un maggiore dialogo con le istituzioni e, soprattutto, il pieno riconoscimento di un lavoro quotidiano di formazione e ricerca, senza pesare su contributi statali ma mantenendo i medesimi obblighi, specialmente burocratici, che avviluppano le università pubbliche, le cui segreterie sono diventate nel tempo, a tutti gli effetti, “uffici periferici del MIUR”. Pier Luigi Belvisi affronta una tematica spesso sottovalutata: l’incidenza delle barriere linguistiche e culturali nel limitare gli scambi economici e la penetrazione commerciale di un’azienda in un Paese straniero. Proprio le Piccole e Medie Imprese soffrono per la carenza di personale specializzato nelle relazioni con culture ed economie altre, pagando alti costi di transazione e colpevoli ritardi nella definizione di accordi e convenzioni. Quanto più le aziende partner appartengono a Paesi “esotici”, tanto maggiori saranno le difficoltà e gli inciampi. Massimo Maria Amorosini, dall’osservatorio privilegiato della Confederazione Italiana della Piccola e Media Industria Privata (Confapi), infine, individua specificatamente nell’export manager e nell’interprete le due figure lavorative centrali in un’ottica di internazionalizzazione delle Piccole e Medie Imprese, confermando la bontà della scelta operata da atenei come l’Università degli Studi Internazionali di Roma, quando abbracciarono il plurilinguismo come best practice per il futuro. Quel futuro sembra finalmente diventato un inevitabile presente.

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