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«Solo i morti hanno visto la fine della guerra», scriveva sconsolato Platone. 
I vivi, in compenso, hanno conosciuto una lunga e tragica teoria di conflitti, diversi per intensità, durata e attori in campo, fatalmente identici per le sofferenze impartite alla popolazione. “Guerra” è diventato ormai un meta-concetto, capace in apparenza di perdere il suo significato originario per indicare una qualsiasi belligeranza simbolica, culturale, “metafisica”. Si tratta, a ben vedere, di una “trappola cognitiva” nella quale dobbiamo stare attenti a non cadere: la guerra continua ad avere una sua terribile materialità, lontana dalle metafore e dalle altre figure retoriche di cui viene infarcita la letterature e lo scrivere in bello stile. 
La guerra uccide, trucida, invade gli Stati e la vita dei suoi abitanti, produce profughi e richiedenti asilo, impoverisce intere fasce della popolazione. La guerra mangia l’anima degli individui, li fa regredire a livelli primordiali, quando c’era solo la solidarietà del branco versus l’homo homini lupus. La guerra sbaraglia il campo della dignità, delle libertà fondamentali, dei diritti umani.
Presente nella rivista N: 
1/2017 - Anno XXIX - Gennaio/Aprile

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