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La riflessione di Franco Vittoria origina dalla convinzione che il grande spartiacque della “fine delle ideologie”, cioè delle grandi Weltanschauungen (visioni del mondo), ha creato nella storia contemporanea, al punto da indurre a decretare la fine della storia, come – con grande eco – sostenne Francis Fukuyama. Era il 1989, e al mondo – pronto a celebrare il 200° anniversario della Rivoluzione francese ed il “sovvertimento” che essa aveva causato all’intera umanità – la storia propose la celebrazione più efficace ed inattesa: la caduta del Muro di Berlino in Occidente, la piazza di Tien-anmen in Oriente. La fine delle ideologie, scambiata per fine della storia, era la decretazione che finalmente – tra Ovest ed Est, tra economia del libero mercato ed economia pianificata – aveva finalmente e definitivamente vinto il capitalismo che aveva saputo sposare la democrazia, come negli auspici di Keynes e di Schumpeter, fino al punto che un avvenire di benessere diffuso e di opportunità per tutta l’umanità sarebbe stata procacciato dal verbo del liberismo. Restò inascoltato il profetico ammonimento di Giovanni Paolo II, nel 1991, nella Centesimus annus, quando avvertiva che il trionfo del liberismo non avrebbe significato il trionfo del bene, ma il sorgere di una nuova minaccia alla libertà dell’essere umano.

Presente nella rivista N: 
3/2014 - Anno XXVI - Luglio/Settembre

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