La questione del Mezzogiorno d’Italia. Neo-feudalesimo, legalità, Stato

La questione del Mezzogiorno d’Italia. Neo-feudalesimo, legalità, Stato

 

 

A Pasquale Turiello, che nel 1882 lucidamente riconduceva la questione delle province meridionali – a oltre vent’anni dalla realizzazione dello Stato unitario – al rilievo che esse fossero ricadute nell’area oscura della feudalità (la quale aveva segnato il Mezzogiorno fino al decennio francese) faceva eco Pasquale Villari nella Prefazione alla seconda edizione delle sue Lettere meridionali. Infatti, se nel volume Governo e governati in Italia Turiello, spietatamente riferendosi alla stessa legge di eversione della feudalità nel Regno di Napoli, annota che “la clientela, naturale transizione dagl’infimi legami della camorra e della mafia a quelli nobilissimi del partito politico, è la forma naturale, nella quale riapparisce il periodo feudale, per quel che non è esaurito delle condizioni e necessità sue, nelle convivenze italiane meno progredite e più disciolte. Dove la legge sola troncò i rami della feudalità e del governo assoluto, e dove si riforma molto lentamente il costume, quivi, come il Fianchetti nota della Sicilia, rimane un grande intervallo di anarchia tra l’azione limitata dello Stato e quella prepotente degli individui”, Villari – che in una recensione del 1883 aveva espresso apprezzamento per l’opera del Turiello – a sua volta sottolineava nel 1885 a proposito di Napoli, introducendo già il problema dello sviluppo, che “la città aveva nel passato secolo avuto, insieme colla Corte, un’aristocrazia feudale e una moltitudine di conventi. E tutti davano alla plebe qualche occupazione, molte limosine.

Presente nella rivista N: 
3/2008 - Anno XX - Luglio/Settembre
Autore: 
Giuseppe Acocella

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