La magistratura tra diritto e politica. Una riflessione

La magistratura tra diritto e politica. Una riflessione

Le cronache giornalistiche dello scorso mese di luglio hanno riportato il resoconto di un processo per camorra che si sta svolgendo a Santa Maria Capua Vetere, dove il PM Antonello Ardituro, magistrato di assoluto prestigio e competenza, in otto ore di requisitoria ha avuto modo di pronunziare le frasi così come riportate dalla stampa: “I camorristi [...] si arrendono mentre i politici no, ciò avviene perché nel casertano la politica ha più colpe della camorra e i politici hanno più da perdere dei camorristi”; “[...] I politici collusi si debbono vergognare, si debbono arrendere”. Queste frasi hanno suscitato polemiche ed è stato riconosciuto dai più che quelle parole potevano essere pronunziate in una sede appropriata, ma non in un’aula di tribunale dove si celebra un processo che dovrebbe avere le sue rigorose formalità come garanzia di una corretta procedura e di una assoluta imparzialità. Non do un giudizio sull’accaduto, che meriterebbe rilievi e contestazioni, ma credo sia opportuno tener conto delle modifiche che il processo penale ha subito in questi anni e del significato che i magistrati attribuiscono al dibattimento per spiegare le ragioni per le quali essi possono avere un comportamento del tutto nuovo rispetto al passato e pronunziare quelle parole riportate dalla stampa. Parole che non sono certamente importanti per la ricerca della verità processuale, ma utili per gli effetti mediatici e per i messaggi politici.

Presente nella rivista N: 
3/2014 - Anno XXVI - Luglio/Settembre
Autore: 
Giuseppe Gargani

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