L’archeologia del colonialismo. Come le potenze imperialiste hanno depredato il Museo di Baghdad

L’archeologia del colonialismo. Come le potenze imperialiste hanno depredato il Museo di Baghdad
L’archeologia orientale nasce alla metà dell’Ottocento, con la riscoperta di civiltà la cui storia fino a quel momento era testimoniata unicamente da fonti classiche e testi biblici; in entrambi i casi quindi, da fonti indirette. Le testimonianze pervenuteci dal mondo classico riguardano principalmente relazioni di viaggi nei territori orientali, tra cui gli scritti di Erodoto e Senofonte (V e IV sec. a.C. ca.) o le opere geografiche di Strabone e Claudio Tolomeo (I-II sec. d.C. ca.).
I testi biblici riportavano una visione distorta degli eventi storici relativi al Vicino Oriente Antico (così definiremo, nel corso dell’articolo, i territori di Siria, Libano, Israele, Palestina, Giordania, Iraq, Turchia, Iran, Arabia Saudita, in accordo con la moderna definizione archeologica), funzionale al rapporto del “popolo eletto” con Assiria e Babilonia. La riscoperta delle civiltà storiche dell’antico Oriente nell’Ottocento trasse quindi parte del suo impulso iniziale dal bisogno di controllare la veridicità del testo sacro, «come reazione all’Illuminismo settecentesco che aveva sollevato dubbi sull’attendibilità della Bibbia».
Presente nella rivista N: 
1/2018 - Anno XXX - Gennaio/Marzo
Autore: 
Viviana Vasapollo

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