L’“eterno presente” delle giovani generazioni

L’“eterno presente” delle giovani generazioni

“Sono necessari molti anni per diventare giovani”, celiava Picasso e sembra quasi che le scienze sociali possano parafrasare questa curiosa affermazione: solo da pochi decenni i giovani si sono imposti come categoria a sé stante, meritevole di studi specifici e, come step successivo, di politiche appositamente dedicate. Nel passato, invece, quando l’età in cui un giovane raggiungeva la propria autonomia economica, abitativa e familiare era quantomeno “precoce”, se paragonata a oggi, la gioventù rappresentava una fase della vita con scarsa valenza euristica. Si preferivano altre linee identitarie, relative alla politica (l’autocollocazione nel continuum destra-sinistra e i diversi gradi di partecipazione politico-sociale), al mondo del lavoro, alla condizione di abitante di una determinata città o di un luogo antropizzato. L’estrema fluidità che caratterizza, negli ultimi tempi, occupazione e famiglia, insieme alle folate di antipolitica che avviliscono la partecipazione dei cittadini, rendono instabili le tipologie basate su tali dimensioni, né il legame tra individuo e territorio costituisce un utile surrogato, dal momento che il focus si sposta progressivamente dall’attore al luogo. Cresce l’attenzione, dunque, per il giovane in quanto giovane, non solo e non tanto per la giovane madre di famiglia, per il giovane attivista, per il giovane in cerca del primo lavoro.

Presente nella rivista N: 
4/2016 - Anno XXVIII - Ottobre/Dicembre

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