Il diritto all’obiezione di coscienza tra costituzione e libertà religiosa

Il diritto all’obiezione di coscienza tra costituzione e libertà religiosa

1. Premessa: perché gli ordinamenti costituzionali del secondo Novecento ritengono un valore ineliminabile il diritto all’obiezione di coscienza?

Nel dibattito svoltosi nell’Assemblea Costituente, come accadde fuori d’Italia innanzitutto in Germania, molto viva fu l’esigenza che la pura obbedienza alla legge - anche quando fosse frutto della volontà di una maggioranza - non assecondasse una legalità astratta e senza limiti in grado di mettere in pericolo i valori fondamentali che poggiano sul principio cardine della tutela della persona umana e della sua libertà. Occorre ricordare come nel dibattito che accompagnò le formulazioni delle Costituzioni del “dopo Auschwitz” fosse assai vivo il timore che una dittatura potesse legalmente piegare la legge e la legalità formale agli scopi più vili, irrispettosi della dignità e dei diritti fondamentali del genere umano. Era, infatti, viva nella cultura giuridica italiana, fin dagli anni del regime fascista, la questione della valutazione da compiere di fronte alla eventualità di un legislatore operante in rottura con la tradizione della stessa scienza giuridica. Era lo stesso dilemma che aveva attraversato la cultura tedesca all’avvento del nazismo, tanto che giuristi insigni - che pure professavano il positivismo giuridico, e quindi la concezione del diritto vigente solo in quanto posto dallo Stato (come Gustav Radbruch o lo stesso Hans Kelsen, che ripararono negli Stati Uniti) - avevano ritenuto che non potessero essere vanificati i principi generali dell’ordinamento, contrapponendo il diritto fondamentale alla legge che fosse temporaneo frutto della volontà assoluta e arbitraria del legislatore. [...]

Presente nella rivista N: 
2/2014 - Anno XXVI - Aprile/Giugno
Autore: 
Giuseppe Acocella

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