Il buon governo di Luigi Einaudi come modello di economia sociale di mercato

Il buon governo di Luigi Einaudi come modello di economia sociale di mercato
Un’introduzione, leggendone gli scritti pubblicati ne «il Mondo», le sue Pagine doglianesi, le lettere a Pannunzio e quelle di Francesco Fracchia su Dogliani

Luigi Einaudi non è solo un economista o un economista astratto, è un uomo completo, dagli interessi vasti e poliedrici e dalla vita lunga e complessa, con impegni e sfide come docente universitario e capo di una scuola scientifica, come giornalista, saggista e direttore di riviste, come banchiere centrale, come ministro e presidente della Repubblica, ma anche come imprenditore agricolo e architetto del suo podere, della sua casa e dalla sua biblioteca. Il buon governo è
il titolo che Ernesto Rossi ha dato al libro del 1954, in cui ha raccolto saggi e brevi articoli di Einaudi concernenti l’economia e la politica, scritti fra il 1897 e il 1954 dai quali, secondo l’allievo devoto, emergono gli ideali e i principi del buon governo einaudiano.
La suddivisione del libro in sette parti – aventi per titolo: Il buongoverno, Politica economica e sociale, Assalti al pubblico denaro, Sindacalismo e corporativismo, Problemi della scuola, Giornali e giornalisti, La federazione europea – indica, infatti, il punto di vista da cui Rossi guarda ai temi del buon governo, non come formulati da Einaudi, in quanto hanno un’accezione più vasta.
Sulla copertina del libro vi è però l’immagine architettonica della città retta dal buon governo. Non so come e perché a Ernesto Rossi siano venuti in mente questo titolo e questa immagine per organizzare una raccolta di scritti economici e politici di Einaudi sull’ottima organizzazione della cosa pubblica. Di certo, però, l’immagine architettonica della città suggerisce che l’idea del buongoverno è, in sé, assai più ampia: riguarda, come per Einaudi, anche e in primo luogo la vita privata familiare e sociale, la casa, il podere e la città nel suo insieme e nelle sue parti e non solo i palazzi sede del
governo e degli altri uffici pubblici. Questa domus e questa civitas non sarebbero complete, per Einaudi, senza la scuola – e sin qui è anche il profilo che ne dà Ernesto Rossi – e la biblioteca: la prima collocata in un edificio pubblico, nel senso di aperto al pubblico, non (necessariamente) del comune o dello Stato; la seconda nella casa, prima ancora che in un edificio pubblico, nel senso appena precisato. Questa nozione architettonica in senso ampio del buon governo, come architettura della casa, del podere e della città, nelle sue parti private e pubbliche, in cui ciascuno è signore, nella propria vita familiare, è antica e si ritrova nella storia del pensiero italiano politico ed economico. Inizia con il Tesoretto di Brunetto Latini, in cui l’autore scriveva, in versi:

Ond’io non so nessuno
ch’io volessi vedere
la città avere
del tutto a sua guisa.
Né che fosse indivisa
ma tutti per comune
tirassero una fune
di pace e di ben fare

Si sviluppa poi nel Quattrocento con Matteo Palmieri, autore de La vita civile, con Leon Battista Alberti, che scrive Momo sive De Principe, con Diomede Carafa che pubblica il trattato Doveri del re e del buon principe, e ancora con Francesco Patrizi autore di De institutione reipublicae e di De regno et regis institutione, con Bernardo Sacchi, detto il Platina, che scrive invece L’ottimo cittadino, per culminare con Gerolamo Savonarola e il suo Trattato del reggimento degli stati. Nel Cinquecento, dopo le analisi realistiche di Machiavelli e Guicciardini, troviamo ancora, nella ricerca del buon
governo, Donato Giannotti con La Repubblica fiorentina, Gianfranco Lottini con gli Avvedimenti politici e Silvestro Gozzolini con I modi come i principi hanno denaro. Man mano la trattazione del buon governo si inaridisce e si specializza, la sua nozione urbanistica sbiadisce. Non la trovo nella Ragion di stato di Botero, né nei Discorsi sopra Cornelio Tacito, in cui la ragion di Stato non è la regola, ma l’eccezione, o in Campanella con le sue “utopie” e, in seguito, nei trattati di Broggia, Genovesi, Beccaria, Verri, Romagnosi e neppure, se non a tratti, nel modello politecnico di Carlo Cattaneo.

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Presente nella rivista N: 
2/2010 - Anno XXII - Aprile/Giugno
Autore: 
Francesco Forte

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