Editoriale

Editoriale

La recente pubblicazione Per un nuovo inizio. Democrazia, economia e politica estera nell’Unione Europea ha contribuito a produrre un discreto dibattito, per larghi tratti sorprendente e inusuale per un lavoro su una tematica considerata – a torto – “fredda” e poco attraente, dal punto di vista mediatico. Siamo lieti che sia stato accolto lo spirito che innervava non solo Per un nuovo inizio, ma l’intero piano di ricerca dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”: cogliere nelle celebrazioni per i sessanta anni dei Trattati di Roma l’occasione per una riflessione serena e ponderata, che non rifiutasse di analizzare quelle criticità su cui da tempo i populismi di ogni sorta fanno strumentalmente leva per destrutturare il progetto europeista. Riprodurre, nel presente numero della Rivista di Studi Politici, alcuni passaggi significativi offerti proprio in Per un nuovo inizio risponde, quindi, a un duplice obiettivo: riproporre anche in questa sede, almeno parzialmente, un confronto arricchente e valorizzare i lavori ideati e promossi dall’Istituto. In tal senso, merita una sottolineatura il contributo di Flavio Felice, capace di estrapolare la questione delle radici liberali e cristiane dell’Europa dalle sabbie mobili dell’agone politico e di ricondurla nell’alveo dell’analisi scientifica. L’Autore, in questo modo, esprime una critica all’idea sovranista che si ricollega direttamente alla feconda tradizione che comprende, tra gli altri, von Hayek, Lionel Robbins, Wilhelm Röpke, Luigi Einaudi e Luigi Sturzo. Federico Ottavio Reho entra nel merito delle dottrine federaliste che hanno influenzato le origini e il successivo sviluppo del processo di integrazione europea, distinguendo tra quattro principali visioni, ognuna con un proprio retroterra culturale e politico. Non possiamo che sottoscrivere le sue considerazioni: “Quelli in cui viviamo sono tempi difficili per l’integrazione europea, e a maggior ragione per un’integrazione europea di tipo federale. [...] Assistiamo al moltiplicarsi di spinte disgregatrici in seno all’Unione, e alla progressiva perdita di legittimità delle sue istituzioni. Nessuno può dire se, e in che forma, un qualche progetto di unità europea sopravvivrà ai marosi della nostra convulsa vita politica nei prossimi anni. Chi scrive è tuttavia convinto che esso non potrà in nessun caso essere all’insegna del federalismo centralizzato, che pure conserva una grande influenza negli ambienti istituzionali più europeisti. Al contrario, vi è urgente bisogno di riscoprire un federalismo più flessibile e rispettoso delle autonomie nazionali e regionali, dai tratti meno tecnocratici e più culturali; un federalismo, insomma, più vicino e aperto alle energie civiche della gente, che sempre più si rivolta contro poteri percepiti come soverchianti e remoti”. Matteo Pizzigallo introduce una tematica di grande interesse, destinata ad acquisire nel tempo ulteriori significati: le relazioni diplomatiche tra Italia e Africa nella loro evoluzione storica, dal Trattato di Roma al “Migration Compact”. Dalle parole dell’Autore si evince come i rapporti con il continente africano siano una cartina di tornasole della presenza europea nel Mediterraneo e un punto di osservazione dei legami economico-culturali storicamente intessuti dall’Italia, sempre all’interno di un quadro di forte lealtà verso gli impegni comunitari. Scrive bene Pizzigallo: “L’Italia, sia pur con modalità e sensibilità diverse relative ai vari Governi che si sono succeduti, ha comunque immaginato, sviluppato e portato avanti un’autonoma rete di relazioni bilaterali con i singoli Paesi africani, ispirata alla diplomazia dell’amicizia e della cooperazione costantemente condivisa e sempre sostenuta da larghi settori del Parlamento, a prescindere dalle stesse maggioranze pro tempore”. Il Focus non può che concludersi con le riflessioni del generale Vincenzo Camporini, che offre al lettore la possibilità di dirimere la nebbia che solitamente avvolge la politica estera, di sicurezza e di difesa dell’Unione Europea, soprattutto a livello tanto dei meccanismi istituzionali, quanto delle “pressioni politiche internazionali” che spesso hanno scavato cunicoli dentro l’ambito noto con l’acronimo di PESC. Convenienze nazionali e malumori sociali nei confronti delle spese militari – soprattutto nella contingenza della crisi economica globale – ostacolano silenziosamente il coordinamento dell’attività “esterna” dell’Unione Europea, sia nella sua dimensione diplomatica, sia nell’approccio maggiormente volto alla difesa dalle minacce diffuse. Ci sentiamo di sottoscrivere le parole dell’Autore, quando afferma: “Ecco allora che si può intravvedere una soluzione da attuare mediante uno stretto coordinamento delle attività di pianificazione degli stati maggiori, imposto dal livello politico, che potrebbe avvenire con la supervisione dell’Agenzia Europea della Difesa. In buona sostanza ciascun paese si farebbe carico di un numero limitato di capacità, lasciando ad altri Stati membri di svilupparne le restanti, in modo che alla fine dell’esercizio l’Europa nel suo complesso possa disporre di uno strumento militare adeguato ed equilibrato”.

Presente nella rivista N: 
1/2017 - Anno XXIX - Gennaio/Aprile
Autore: 
Antonio Iodice

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