Editoriale

Editoriale

Il nostro Paese viene da una lunga tradizione di buon governo locale, erede di quel municipalismo che fin dal Medioevo contraddistinse la Penisola e che fornì fulgidi esempi di amministratori illuminati, cittadini partecipi, sviluppo economico locale, espressione di virtù civiche e gestione dei conflitti. Si può affermare, senza tema di smentita, che l’Italia dei comuni abbia fornito ottime performance di amministrazione, laddove lo Stato-nazione, giovane, inesperto, litigioso, faticava a rendere uniformi identità, senso civico, prestazioni economiche, servizi sociali. È ancora così? La glocalizzazione, di cui parlò Roland Robertson a proposito dell’attitudine a “compensare” il global mediante la riscoperta del contesto locale, trova in Italia uno scenario privilegiato? Oppure, al contrario, la ridefinizione dei rapporti tra i diversi livelli istituzionali operata dalla governance rende instabili gli antichi equilibri e allunga i tempi di una transizione infinita, a tutto svantaggio dei cittadini? Ai giorni nostri è proprio sul terreno degli enti locali che si gioca una battaglia fondamentale, il cui scopo è mantenere un’elevata qualità della vita per il sistema-Italia. Le variabili intervenienti sono molteplici, a volte contraddittorie tra di loro, raramente sincronizzate nella tempistica delle riforme e omogenee nella direzione del cambiamento: assistiamo a un vero “riordino territoriale” che impatta sull’universo degli enti locali italiani e tenta di recepire l’importante indirizzo emanato dall’Unione Europea, che chiede un coinvolgimento diretto e attivo delle città nell’utilizzo dei fondi comunitari per lo sviluppo statale.

Presente nella rivista N: 
3/2016 - Anno XXVIII - Luglio/Settembre
Autore: 
Antonio Iodice

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